All I Know Is What’s On The Internet

Dal 26 ottobre al 24 febbraio, alla The Photographer Gallery di Londra, è in mostra “All I Know Is What’s On The Internet”, collettiva di artisti che indagano il contemporaneo digitale delle immagini nonché i meccanismi e le strutture che ne gestiscono i flussi, cercando di rivelarne dall’interno i passaggi che legano l’algoritmo all’umano.

Il titolo dell’esposizione riprende una frase di Donald Trump, diventata virale, pronunciata dopo aver twittato un video di una protesta attribuita a militanti dell’ISIS: quando la bufala venne scoperta Trump si difese così: «What do I know about it? All I know is what’s on the internet». La dichiarazione ingenua di un bambino scoperto con le mani sporche di marmellata, che rivela tuttavia una sconcertante verità sociale.

«L’esibizione considera lo status della fotografia come forma di conoscenza visuale nel momento in cui i confini tra verità e finzione, macchine e essere umani sono sempre più messi in discussione». La funzione documentaria della fotografia è sempre stata un importante supporto all’informazione, ci ha fatto viaggiare nello spazio e nel tempo, giocando sull’interpretazione e sulla finzione con cui la realtà viene costruita e decostruita. Nell’era dei social media la fotografia, ma più in generale l’immagine, viene però messa in crisi dal moltiplicarsi vertiginoso della sua presenza: ogni essere umano dopo i cinque anni produce immagini con il proprio cellullare e produrre significa condividere, creare una socialità immaginaria o immaginata, non per questo meno reale, semplicemente più sociale.

E cosa succede quindi? Le grandi compagnie come Google, Facebook, Instagram, rendendo l’informazione universale e disponibile a tutti, regolano con i loro algoritmi i flussi delle immagini rendendole intellegibili ed economiche, trasformandole in prodotti gradevoli e fruibili per uso e soprattutto consumo di target definiti e regolati sulla base di marketing, di cui gli effetti sociali sono ancora da scoprire.

La mostra, scrive la legenda introduttiva, si focalizza «sul lavoro umano e sulle infrastrutture tecniche richieste per popolare e sostenere il contenuto del Web 24/7. I lavori collezionati esplorano la cosiddetta democratizzazione dell’informazione e chiedono a quali interessi questa narrativa serva. Portando l’attenzione sugli angoli negletti della cultura digitale, gli artisti rivelano il ruolo dei moderatori di contenuto, dei book scanners, dei fotografi di Google Street e dei quotidiani utilizzatori di internet». L’intento è quello di replicare detournando, disconnettere il processo, rivelarne quello che non è visibile, la ricerca dell’errore della falla, per ricostruire una visione più completa del meccanismo, della struttura che genera e regola il flusso delle immagini a cui siamo passivamente partecipanti.

Ecco il breve racconto di alcune tesi visive raccolte dal Baretto.

Dark Content (2015) – Eva e Franco Mattes
Una serie di video che raccolgono le storie dei moderatori di content. Non solo algoritmi ma persone reali il cui compito nascosto è quello di rimuovere contenuti non idonei per il web, quali pornografia, materiale razzista, incitazioni sessuali. Per coprire la loro identità la voce narrante è mascherata da filtri digitali generati da computer, rendendo l’istallazione esteticamente disturbante e spettacolare.

The Google Trilogy 3: The Driver and the Cameras (2012) – Emilio Vavarella
Google equipaggia le auto usate per mappare le città con undici telecamere; un algoritmo poi provvede a rendere non riconoscibili le persone inavvertitamente rappresentate. L’autore si inserisce nel meccanismo, cercando di evidenziare i momenti in cui inaspettatamente l’impiegato viene inquadrato mentre sistema una di queste camere. Spazio di errore o limite del potere tecnologico.

Nothing Personal (2014 -15). Mari Bastashevsky
Il proliferare delle richieste di sorveglianza attraverso l’uso di circuiti di telecamere sia a livello governativo-pubblico sia privato ha portato a un’accelerazione del mercato, con lo sviluppo di nuove compagnie che offrono soluzioni sempre più avanzate, dagli Stati Uniti ad Israele, per i mercati interni e dell’Asia. L’artista presenta il materiale recuperato da 300 compagnie di sorveglianza includendo frammenti di corrispondenza tra gli impiegati e i clienti rubati online. Rilevando un flusso segreto di varia umanità, capillari con il sangue nero che alimentano i circuiti stampati che regolano le camere di controllo che ci stanno osservando, ora. Materiale raccolto da compagnie come Acme Pakcet, Alcatel Lucent, Amesys, BAE Systems, Blue Coat, Dream Lab, Elaman, Endace, SS8, Nice System, Nokia, Siemens.

LAN Love Poem gif (2014-15). Miao Ying.
L’artista crea serie di animazioni prelevando immagini da siti censurati in Cina come Google, Facebook, YouTube, Twitter, Wikipedia e Instagram. Combina queste immagini con popolari lettering usati da internet users cinesi. Le frasi poi vengono animate usando 3D word art generator, e filtrate attraverso 8-bit internet backdrops. Il risultato è straniante e melanconico e rivela, come scrive il curatore, la relazione di odio e amore dell’artista con internet. Uno spazio desiderato e precluso allo stesso tempo dalla censura alla libera espressione.

A crowded Apocalipse (2012) IOCOSE
Piattaforme di recruiting online come Amazon’s Michanical Turk selezionano persone per lo svolgimento di compiti virtuali e ripetitivi, micro-task di servizi a basso costo. L’autore si inserisce in questo meccanismo facendo recruiting di persone con il compito di creare degli slogan di protesta fasulli, che verranno poi rifotografati da altri crowdsourcedworkers, svelando il meccanismo. Quali potenzialità future il Baretto non osa immaginare, a livello politico e (de) generativo come meccanismo sociale, l’uso di questa forma mercenaria diffusa e sommersa può avere per la creazione di un movimento politico virtuale, in grado si spostare le opinioni delle masse. Forse è già successo?

ScanOps. (2012). Andrew Norman Wilson
La dematerializzazione richiede il coinvolgimento di persone che scannerizzano il materiale concreto. L’artista mostra il materiale prelevato dalla piattaforma di Google in cui per errore viene visualizzata una parte di corpo umano (un dito, un brandello di pelle) che accompagna il lavoro ripetitivo del processo di digitalizzazione del reale, necessario nonostante lo sviluppo tecnologico.

#Brigadding_Conceit. (2018). Constant Dullart
L’istallazione rappresenta il numero elevato di SIM cards comprate dall’artista per costruire un’armata di fake followers per Facebook e Instagram. I PVAs (Phone Verified Accounts) sono siti che permettono di acquistare per pochi soldi un numero svariato di SIM da tutti i Paesi. Dopo che gli account sono verificati via SMS, le SIM sono spesso vendute a costituire eserciti virtuali di likers e followers. Scoprendo questo meccanismo, l’artista rappresenta il materiale raccolto simulando formazioni militari dove ogni SIM individuo diventa un potenziale guerriero della guerra mediatica sempre meno artificiale.

Questa la lista completa degli artisti coinvolti:
Mari Bastashevski, Constant Dullaart, IOCOSE, Stephanie Kneissl & Max Lackner, Eva & Franco Mattes, Silvio Lorusso & Sebastian Schmieg, Winnie Soon, Emilio Vavarella, Stéphane Degoutin & Gwenola Wagon, Andrew Norman Wilson, Miao Ying

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