Che fine avranno fatto?

Un amico mostrava una foto da lui scattata tempo fa in un Paese lontano: due bambini che giocano per strada. Ultimamente sempre più spesso, diceva, mi chiedo che fine avranno fatto. Ce lo chiediamo tutti, prima o poi, guardando una foto. Ma cosa sono “le storie dietro alle foto”? Sono reali o nostre proiezioni? La fotografia intrattiene un rapporto speciale con la memoria e col tempo, che è alla base del suo uso come foto-ricordo o foto-relazione. Ma le foto “pungono”, e feriscono, come diceva Barthes.

Solitamente non c’è altro che presenza. Siamo immersi nella presenza ed è il nostro orizzonte. Il sentimento del tempo, invece, compare soltanto in certe circostanze. Ad esempio si risveglia quando proviamo quell’emozione chiamata “nostalgia dello sconosciuto”, che ci sorprende in luoghi di passaggio come stazioni o autogrill, dove la stabilità, la consuetudine e la presenza sono più fragili. Incrociamo qualcuno per qualche attimo, sostiamo accanto a lui, lo osserviamo, ne vediamo i tratti e i particolari del viso o del vestito, ma è solo un secondo e poi scompare, se ne va per sempre. Allora, probabilmente proprio perché è per sempre, vorremmo sapere, vorremmo conoscere la storia, risalire a una stanza, a una mensola, agli oggetti personali, sapere dell’infanzia… «Chi è? E chissà che vita avrà fatto?». Forse non sono esattamente quegli elementi della storia a interessarci: è il sentimento del tempo che si manifesta attraverso il desiderio di poterli afferrare. Conoscerli non ci servirebbe a granché: diventerebbero anche loro presenza, consuetudine.

Anche il racconto del passato di chi abbiamo amato può agire allo stesso modo. I racconti dei genitori o dei nonni, mentre rievocano la propria infanzia, provocano un tale sentimento nei figli e nei nipoti. La persona presente viene accostata a una persona passata ormai inesistente e molto diversa, e questo accostamento rompe la consuetudine del presente.

Ma più di tutto questo sentimento appare attraverso le fotografie del passato. La fotocamera funziona come macchina del tempo: estrae un momento dal presente – uno spazio, a dire il vero – e lo inserisce nel flusso del tempo, che scorre invisibile accanto a noi; e lì resta, identico, mentre tutto quanto intorno si mantiene nella presenza. In questo modo scivola lentamente nel passato, rendendocelo così visibile come tale. Al momento dello scatto il sentimento del tempo è già presente in quella fotografia, ma possono coglierlo solo persone particolarmente sensibili, o allenate a notare certi tratti, certi particolari (la “straziante, meravigliosa bellezza del creato”, per quanto insulso e residuale possa al momento apparire). Passati gli anni, tuttavia, tutti sono in grado.

«Che fine avranno fatto?», ti chiedi allora di fronte alla foto di sconosciuti scattata molto tempo fa, come quella di Patellani qui sopra: Bagnanti domenicali sul Canale Villoresi, anno 1946. Magari cogli una somiglianza: quella ragazza che giocando si nasconde col telo e di cui non si vede bene il viso potrebbe anche essere tua madre, in fondo è nata lì e nelle foto di quel tempo è così alta e sottile… E lo sguardo divertito del ragazzo seduto, quello sì funziona, quasi ferisce… Ma il periodo non è proprio quello, tua madre è nata nel… No, non potrebbe essere lei. Non ancora.

E magari per un altro non ci sono nemmeno somiglianze da cogliere. Eppure funziona lo stesso, specie quello sguardo divertito perché è lì, ma non è più lì. Nelle foto familiari, o tra amici, quelle foto scattate senza alcuna ambizione né interesse per la fotografia ma solo per il suo uso, quando tutto l’interesse è rivolto a testimoniare quel momento tra noi, ecco, in quelle foto il sentimento del tempo funziona benissimo, perché l’intento memoriale è già presente fin nell’atto di chi scatta. Sono foto già rivolte al passato, cioè a un se stesso futuro. Ma in realtà funziona con tutte le foto, prima o poi, anche con quelle che hanno uno scopo funzionale, quelle che servono al presente. Come nel reportage o nel fotogiornalismo o nelle foto di polizia. Persino nelle foto “artistiche” (persino nelle foto staged, come notava Jeff Wall, anche lì entra il caso, la circostanza, l’occasione, l’immanenza). Così che chiunque, guardando, vedrà l’evidenza, la natura di quella foto: che fine avranno fatto? ti chiedi, usando guarda caso un verbo al futuro. Be’, saranno tutti morti. Anche di questo parlano le fotografie.

Sopra: Bagnanti domenicali sul Canale Villoresi, foto di Federico Patellani, Milano, 07/1946
Gelatina bromuro d’argento/pellicola in rullo negativa (acetato)
La foto è tratta dal Fondo Federico Patellani, presso il MUFOCO

Per saperne di più, puoi leggere anche su Finestre su Arte, Cinema e Musica.

2018-11-27T11:22:30+00:00 novembre 27th, 2018|Categories: Blog|Tags: , , , |0 Comments

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