Federico Clavarino, Italia o Italia

Federico Clavarino è un fotografo torinese che da qualche anno vive tra Spagna e Portogallo. Italia O Italia è il suo terzo photobook – pubblicato nel 2014 da Akina Books – dopo La Vertigine, ripubblicato di recente da Witty Kiwi e Ukraina Passport edito da Fiesta Ediciones.

“Italia o Italia” indaga il paesaggio italiano, o meglio l’immagine iconografica che di esso ci hanno lasciato in eredità la pittura e la fotografia del Novecento. In un’intervista a Urbanautica, Clavarino dice:
«La ricerca formale iniziata mentre stavo studiando ha trovato il suo compimento lì: la semplicità della forma, l’equilibrio, la tavolozza dei colori, l’opacità della superficie pittorica. A un altro livello, il lavoro è fortemente simbolico, riesce a evocare più di quello che dichiara, e allo stesso tempo di riunire una serie di riferimenti culturali senza (a mio avviso) essere troppo ovvi. Strutturalmente, “Italia o Italia” è organizzata e sequenziata rigorosamente attorno a un modello archetipico, il labirinto. Forse troppo strutturato, ora che posso guardarlo da una distanza di due anni».

L’autore sembra distinguere tre livelli di composizione, e dunque di lettura. In primo luogo un livello formale, molto equilibrato, che adotta la semplicità delle figure geometriche essenziali – il quadrato, il triangolo, il cerchio – e l’equilibrio rigoroso di masse e volumi, privilegiando i colori che stemperano le sfumature del grigio, del rosso e dell’ocra. L’inquadratura spesso è talmente ravvicinata che il paesaggio si frantuma in composizioni scarne, tagliate da ombre nette, che non lasciano intravedere il contesto spaziale cui appartengono, ma si presentano con la forza visiva delle immagini astratte.

Un secondo livello dell’opera è quello che l’autore definisce “simbolico”. Le fotografie mostrano, innanzitutto, una consapevolezza estetica molto densa della riflessione novecentesca, prima pittorica poi fotografica, sul paesaggio italiano. E cercano di restituirci dei frammenti provenienti dai paesaggi elaborati da quella pittura e da quella fotografia, che sono entrati nel nostro immaginario iconografico e hanno acquisito una valenza archetipica. Clavarino è come se ritagliasse nel presente alcuni pezzi di essi o riposizionasse degli oggetti appartenenti a quegli scenari, ad esempio i frammenti di porticati che incorniciavano le piazze metafisiche di de Chirico, le sue statue enigmatiche, il misterioso guanto rosso e la scacchiera, alcuni oggetti delle pitture di Carrà, le case e le nature morte di Morandi. Questi frammenti, luoghi e oggetti, del tutto ordinari e insignificanti se presi in se stessi, sono, invece, estremamente caratterizzanti e possiedono una grande forza espressiva, perché la loro essenza non si esaurisce nella loro presenza. Il loro significato è soprattutto quello di rimandare ad altro da sé, di evocare altre immagini, altre rappresentazioni. Sono i frammenti, forse i ruderi, di uno spazio simbolico frantumato.

La presenza umana nel paesaggio cittadino è limitata, costituita per lo più da un numero significativo di figure inquadrate di schiena. Normalmente questa postura del personaggio invita lo spettatore a immedesimarsi in lui, a prenderne il posto o a seguirlo. Forse è proprio questo che ci vogliono comunicare: un muto invito a star dietro ai loro passi, a compiere un percorso. A questa stessa sollecitazione potrebbe essere ricondotta la presenza di braccia e mani, separate dal corpo, che indicano e mostrano probabili direzioni. Elementi deittici che nella pittura antica avevano la funzione di guidare lo sguardo dello spettatore verso l’evento principale, il fulcro della scena. In questo caso, invece, questi indici puntati non portano l’attenzione verso nulla di specifico, se non una vaga direzione. Torna qui il rimando a un altrove invisibile, forse irraggiungibile.

Ed ecco che il viaggio si trasforma in un girovagare senza meta, un percorso che si avvita su se stesso, come il serpente che, a metà del libro, si presenta in doppio, come un riflesso speculare. Il serpente ad anello, d’altra parte, è il simbolo del tempo circolare, del ciclo come eterno ritorno. Forse l’emblema di un viaggio che si involge senza compimento. Come se il percorso fosse un labirinto senza uscita, ma non a causa della sua complessità, piuttosto perché si muove attraverso uno spazio frammentato, discontinuo. Infatti nelle foto manca quasi sempre il campo lungo; lo spazio generalmente è chiuso da un muro oppure si spinge in diagonale lungo uno scorcio, o al limite sfocia nell’ombra, dando l’idea di strade senza uscita, di un percorso bloccato o dagli sbocchi oscuri. Ed è questo ciò che Clavarino identifica nel terzo livello dell’opera, quello che ne forma la struttura.

Le piazze di de Chirico, che ancora avevano un centro e racchiudevano uno spazio percorribile, sebbene misterioso, sono diventate dei puzzle impossibili da completare. In quelle c’era ancora una visione d’insieme, sebbene anch’essa misteriosa e abitata da riferimenti a un altrove invisibile. In queste foto quelle piazze sono, invece, del tutto disarticolate. Anzi, riusciamo a collegare questi frammenti a delle piazze solo perché in essi riconosciamo i simboli classici della pittura metafisica di de Chirico. Sono foto che non ci parlano dei luoghi d’Italia, ma della frammentazione delle immagini dell’Italia che si sono sedimentate nell’immaginario comune.

Il libro vive di una valenza indicale: indici sono i frammenti visivi presenti, che rimandano a paesaggi depositati nella nostra cultura; indici sono quelli delle mani che ci indicano il cammino; indici sono, infine, le stesse fotografie, che ci rinviano, sebbene in modo indiretto, alla realtà del nostro presente.
Potrebbe sembrare il racconto di un viaggio nell’iconografia dell’Italia del Novecento, ma è un viaggio discontinuo, raso al muro, attraverso porte e aperture che non conducono a una destinazione precisa, fluttuando tra schegge e brandelli di paesaggi della nostra memoria visiva.
Alla fine, pertanto, non si tratta né di una indagine, né di una descrizione o di un racconto. Solo un susseguirsi di rimandi ad un altrove spazio-temporale, invisibile, inafferrabile. Dove ogni frammento di spazio, ogni angolo di muro, sembra suggerire: “non qui; più in là”, invitando a inoltrarsi nell’ombra.

Per approfondire, puoi leggere un’altra intervista all’autore.

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